Via Gogna in Marmolada – storie di bivacchi e di zaini

C’eravamo lasciati che era inverno, anche se inverno quest’anno non lo è mai davvero stato. E vi avevo promesso una quarta puntata delle crono storie del Monte Bianco, che arriverà. Ma arriverà dopo, tipo quando ci saranno 40 gradi all’ombra, la vostra esistenza altalenerà tra la voglia di tagliarvi le vene ancora intrappolati al lavoro e quella di trascorrere le giornate di fronte al reparto surgelati dell’Esselunga.

Non ho avuto tempo per scrivere, non qui almeno, negli ultimi mesi le mie energie sono state risucchiate tutte, pure quelle che manco pensavo di avere, in quella cosa fantastica, abominevole e più terrificante di una placca mellica spietata, ossia la vita. Ma sto arrivando finalmente in sosta e parrebbe che manco ‘sta volta son morta!

Quindi con un balzo in avanti ci proietteremo diretti nell’estate. Bisognerebbe sempre iniziare per gradi no, riportarsi su qualche via lunghetta, uscire dalla falesia come gli orsi dal letargo, pian pianino, riabituarsi. Ma questo se fossi una persona saggia circondata da persone più sagge di me. E invece un cazzo, siamo finiti sulla sud della Marmolada, come prima via dell’anno.

Che son solo 800 metri di parete nei punti più bassi, un bivacco, 30 tiri in due giorni, lo zaino, iddio lo zaino, ma perché nessuno mi aveva mai detto quanto pesa uno zaino per fare le vie in cui devi bivaccare in parete? Ma l’ONU si sta muovendo per risolvere la questione? Apro una petizione su Change.org e chiedo che ci sia una fontanella sulla cengia della Marmolada, se siamo tutti d’accordo.

Insomma di ragioni per le quali non avrei dovuto fare questa come prima via della stagione ce ne sono cento, però quando Rava mi ha trascinata in mezzo insieme a Fabio, in tre, ho ragionato con la pancia e così ci siamo ritrovati una sera in settimana sul pavimento della mia nuova casa, ancora senza cucina in quel momento, a dividere chiodi, friend, rinvii, contare i litri d’acqua, sacchi a pelo, cibo, martello, vestiti, jetboil. Insomma, son 9 kg di zaino, che faccio signò, lascio o gli do fuoco?

Facciamo gli zaini davvero da manuale, due zaini pesanti che verranno portati dai secondi, mentre il primo scala con lo zainetto Decathlon (miglior acquisto della vita) con dentro pochissime cose, nessuna speranza e il solo peso dei sogni infranti. Infatti a scalare ci sarà solo da scegliere di che morte morire: o scali da primo leggero e muori da eroe, o cento giorni da pecora con lo zaino che trasforma i V in bestemmie.

Partiamo venerdì sera direzione Malga Ciapela, il rifugio Falier è chiuso e decidiamo di dormire in macchina al parcheggio per evitare di dover portare su altra acqua (al rifugio non ce n’è finché non lo aprono, la fontanella è chiusa nel resto dell’anno, però credo si possa scassinare, nel caso non ve l’ho consigliato io).

L’avvicinamento scorre bene, il caldo inizia a friggerci l’anima quindi superato il rifugio decidiamo di dare bella mostra delle nostre chiappe proseguendo in mutande fino all’attacco, che lo stile non andasse a pile s’era capito dall’inizio.

Rivederla comunque, quella parete sotto la quale c’ero finita un giorno di un paio di anni fa, semplicemente camminando e chiedendomi chissà quando e chissà se, è stato una bella coccola di questi tempi, in cui mi sono sentita per giorni, mesi e direi ormai un abbondante anno, per motivi molto pragmatici, stanca e triste. Chissà quando e chissà se, per tantissime pareti, per tantissime persone, per tantissime esperienze che poi alla fine basta calmarsi, incamminarsi, che le cose succedono.

Il primo giorno scorre tiro dopo tiro e tiro dopo tiro capisco che dal basso sembrava meno ‘sta parete perché ti frega la prospettiva perché tiro dopo tiro in cengia sembriamo non arrivarci mai. Alla fine smettiamo pure di contarli, ‘sti tiri, ti arrendi e vai avanti, prima o poi arriverà. E via un diedro, e via un camino e via un traverso sul quale stavo per morire e daje pure le placche sulle quali non dovevamo finire ma Fabio si fa abbindolare, la Marmolada racchiude l’essenza delle Dolomiti: ti perdi sicuro, non è nemmeno da considerare il fare la via originale, è un attimo che finisci sulla variante delle placche come noi, coi piedi marci e lo zaino leggero come ‘sto camion di sassi in faccia, i chiodi son pochi e fanno pure paura, l’esposizione è impressionante, il caldo piuttosto straziante.

Arriviamo finalmente in cengia, ci sono ancora dei residui di neve e qualche colata d’acqua che poteva essere sfruttata per portarne meno dietro, però col senno di poi son tutti Bonatti. Ci sistemiamo in un loculino, Rava taglia giù un ottimo aperitivo fatto di taralli e mortadella, io accendo il Jetboil per preparare la cena a base di couscous, uova sode e brodo in dado che non si scioglie, Fabio apre una battaglia contro la parete, tutta sua, cercando di asciugare una goccia che gli cade con costanza addosso con dei fazzoletti, lo stillicidio della Marmolada, chiaramente vince lei.

Che cosa ci sia di bello nel dormire a 500 metri di altezza non ha molto senso spiegarlo, a chi non ha mai provato un’esperienza simile, arroccati su una cengia dove lo spazio vitale è quello dei monolocali degli operai cinesi, mangiando malissimo per due giorni, con questa sensazione di umidità, infilati in un sacco a pelo che ti permette la mobilità di un tronco d’albero, sapendo che il giorno dopo sono altri 15 tiri. E il telefono non prende e chissà se le previsioni meteo son migliorate o peggiorate. Ma se mi scappa la pipì che sbatta alzarmi ora. Chissà i gatti a casa come stanno.

Mi sembra tutto, giustamente, così distante. Il lavoro, il trasloco, il fatto che devo chiamare l’Enel, gli armadi da montare, le persone che se ne sono andate e sì, han fatto un gran male, quelle che non ho saputo tenermi io e le ho perse, la lavatrice che m’ero promessa di fare che chissà mia nonna senza come faceva ma di cosa mi lamento, i ricordi, il dolore, la paura che in questi mesi ho del futuro, questi 500 metri sembrano uno scudo, dove non arriva il telefono sembra non arrivare nemmeno la vita. E mi vien solo da pensare per fortuna, menomale, per qualche ora riuscire a staccare. Chissà il mondo come sta, chissà come starebbe se rimassi qui per un po’, “sì scusa, no non riesco a fare la riunione delle 15, sto su una cengia sulla Marmolada, sìsì, tutto bene, quando m’è passata l’ansia di affrontare la vita scendo eh”.

Ho dormito a botte di una/due ore alla volta, mi sono svegliata e riaddormentata sei volte almeno. Ad un certo punto ho riaperto gli occhi e ho visto una delle Vie Lattee più belle di sempre, piena, evidente.

Quello sulla cengia della Marmolada era un bivacco che volevo fare da tre anni e nel risvegliarmi di notte, con una gamba informicolata e un sasso nella chiappa destra, e vedere la Via Lattea da lì ho capito che nonostante tutto, la mia più grande fortuna è continuare a sentirmi grata.

Il mattino ci accoglie con le nuvole all’orizzonte, la via l’abbiamo fatta giocando un po’ d’azzardo, domenica sera davano temporali e mentre cerchiamo di capire se si stanno anticipando o meno prendiamo la saggia decisione di non farci trovare in parete, sulle placche di VI in uscita, col rischio di farci fulminare addosso. La scelta di uscire dai più facili camini della Stenico si rivelerà molto giusta dato che appena in cima il cielo di rannuvola ancora di più e poco dopo che scendiamo scarica per bene.

Ci fiondiamo giù a tuono dal ghiacciaio (che chiamarlo così, ahimè, è fargli un complimento) della Marmolada, arrivati a valle io, col sorriso che tutto era meno che gentile, intimo ad un pullman di giovanotti sulla 70ina in gita, di riportarci alla Malga Ciapela evitandoci il rientro a piedi sulla strada che siamo seri, non ci meritavamo proprio.

A seguire birra, pizza, un negozio di speck e pezzi vari di maiale, le ciabatte comode e come sempre, quella sensazione nella pancia, lì dove finiscono le costole e inizia il ventre, insomma lì dove stanno le emozioni: che se non fosse mia questa vita, nonostante tutto, io la invidierei.

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