New Age al Pinnacolo di Maslana – povero Omar

C’è un incipit fondamentale in questo articolo: Omar, se mai ti capiterà di leggerlo, per puro caso, sappi che non è stato scritto con l’intento di bullizzarti, anzi, tutt’al più quello di bullizzarci invece, perché in fondo da dove sei tu ci siamo passati tutti e, ancora adesso, in base al periodo, alla forma, alla testa e soprattutto in base al tipo di via e al suo grado, dove sei tu…ci siamo ancora tutti!

Questo racconto, dunque, è dedicato a Omar. Col cuore.

Ma andiamo con ordine: chi è, ordunque, Omar?

Durante la settimana accumulo acido lattico nelle braccia tra pannello in palestra e un pomeriggio a Cimaganda a fare boulder ma non demordo, quando il sabato si avvicina l’invito di Paola e Gabri di andare con loro al Pinnacolo interseca perfettamente il mio desiderio di stare un po’ appesa in parete, non ho voglia di falesia, ho proprio voglia di un po’ di avvicinamento e di fare una via! Il Pinnacolo è una struttura che apprezzo sempre, la roccia è bellissima e il posto mi piace sempre molto. Ci troviamo sabato mattina e saliamo con immensa calma, quando arriviamo all’attacco vediamo già un po’ di cordate in parete e ci buttiamo su New Age, dove c’è una sola cordata davanti a noi formata da Omar e socio, ma soprattutto da Omar. Poco male, ci mettiamo in fila, tanto oggi non siamo qui per chissà quali prestazioni quanto piuttosto per una bella giornata in montagna stile “zero pressione”.

Omar all’inizio non lo vediamo, lo conoscerò io alla S1. E capiremo tante cose. Omar è tutti noi, ad un certo punto delle nostre esistenze: scala con lo zaino da avvicinamento 30 litri, il suo socio pure, su una via a spit in placca dalla quale ci si cala. Amore. Il casco alla bersagliera dietro risulta un ottimo protettore dalle bruciature del sole sul coppino, indubbiamente. Completano il quadro una serie intera di friend che su New Age hanno un’utilità dubbia e una quantità di bestemmie tirate sul 5a che è davvero da incorniciare. Ripeto Omar, sei tutti noi.

Capiamo subito che aria tira ma decidiamo di non superarli, faremmo solo casino con le corde e poi in generale a me superare le cordate piace mica troppo, se quelli davanti mi lasciano passare ok, altrimenti mi sembra sempre un atteggiamento spocchioso. Sei arrivato dopo? Rangès. Prendiamo sole e pazientiamo. Di tiro in tiro raggiungo Omar nelle varie soste che ad un certo punto mi apostrofa con un “eccola, si ma tu fai il 7b!”. Stronco le sue aspettative in fase embrionale, dichiarando un grado giusto un filo più basso. Insomma Omar, ti giuro mano sul cuore che io sul 7b non so nemmeno da che parte girarmi, cioè non è che non le tengo, è che proprio non le vedo nemmeno su quel grado, per intenderci! Mi dice “eh poi la chiodatura mellica”. Vorrei abbracciarlo. Capisco che l’unica differenza tra me e lui è che io ho me la son fatta nelle mutande più volte di lui e riconosco ormai la puzza di merda e morte, che son simili. Sorrido e rispondo “se la chiodatura mellica fosse così non hai idea di quante vie ci avrei fatto, ad oggi, in Valle!”

Dopo un po’ lascio il comando della cordata a Paola alla quale tocca il tiro di 6c, per fortuna spittato corto ma bello secco nei movimenti. Omar a questo punto alza bandiera bianca, scala da due, lo ritroviamo appeso in parete con le braccia distese lungo il corpo in segno di arresa verso la vita, tira entrambe le corde di 3 metri alla volta rischiando fiondate da millemiglia Alitalia (è qui che si vede che ha ancora sofferto poco e dunque avuto poco modo per sperimentare l’abc delle ragliate, Omar, amico, tirane una sola di corda perddio, le basi!) e pian pianissimo riesce ad arrivare in sosta. Quando Paola lo raggiunge, Omar, ormai sconsolato e desolato, si apre in una dolcissima confessione che ci fa sentire tutti empatici nei suoi confronti “ma perché sono venuto qui oggi?”.

Mi vien voglia d’abbracciarlo. Davvero. Vedo nei suoi occhi una vera ammirazione nei nostri confronti, ammirazione che trovo davvero totalmente fuoriluogo, vorrei dirglielo, farglielo capire ma non so come. Non so come raccontargli e da dove iniziare delle decine e decine di volte in cui ho pensato di morire, in cui mi sono giurata che non l’avrei più fatto, ma poi cosa parlo al passato che comunque Omar fidati, non hai idea, non finisce mai, non passa mai, è che ci fai il callo. E a volte riesci a gestirlo, comunque tante, troppe altre volte è ancora così. “Ma perché sono qui oggi?” è una domanda alla quale non trovo ancora risposta molte volte, appesa in parete, incapace di capire cosa strizzare e da che parte girarmi mentre penso solo che scalare sia una merda e che oggettivamente non è lo sport per me, ma ormai ci son dentro e me lo tengo.

Arriviamo in cima e Gabri, che sale da primo la parte finale, finito il penultimo tiro ha un’idea che tutti e tre accogliamo di buon grado: lasciar perdere gli ultimi 15 metri ad andare in cima e calarci per primi, altrimenti avremmo perso ancora più tempo dato che loro probabilmente ci hanno messo di più a fare le manovre. Buttiamo giù le doppie e ci leviamo letteralmente dalle palle, abbandonando il povero Omar al suo destino.

Il karma ci punisce, colpendo Paola per educarci tutti, quando agli zaini le fa spaccare un dente mangiando una barretta! Probabilmente c’era dentro un guscio di noce, fatto sta che si spacca letteralmente mezzo molare con un morso. Dopo un momento di panico, nonostante questo piccolo incidente, iniziamo a buttarci a valle. Mentre scendiamo di buon passo, Paola ogni tanto si ricorda di essersi rotta un dente con una barretta ma in fondo tutti e tre ci ricordiamo che comunque la giornata di Omar deve essere stata senza dubbio peggiore della nostra. “Pensa al povero Omar” diciamo a Paola che ogni tanto mugugna ricordando di avere un buco al posto del molare!

Niente Omar, ti volevo solo dire che sei tutti noi. Che arresi in parete appesi al rinvio senza nemmeno la forza di azzerare ci siamo ritrovati tutti, che comunque amico mio scala senza zaino dove ci si può calare iddio sennò che strazio, che imparerai presto le tecniche più eccelse per sfarloccare prima ancora di quelle per scalare bene perché sopravvivere viene comunque prima della libera, che comunque non ci sarà mai una giornata nella quale capirai “perché sei venuto qui”, o forse sì, pian piano in realtà arriveranno quelle giornate, tipo io oggi ero in bolla perché per me era una giornata in cui sapevo perché ero qui, ma fidati che una giornata così l’ho pagata con altre dieci come la tua, pian piano riconoscerai i posti, riconoscerai i rischi, non confonderai facilmente la chiodatura mellica con altre chiodature, ci saranno giorni in cui in alcuni posti e su certe vie sarai tranquillo ma semplicemente quella sarà esperienza e l’asticella sarà più su, ci saranno tempi e luoghi in cui te la caverai e salirai dove vedrai che scalare è fuori dalle tue possibilità e non sarà certo il grado a darti queste abilità. Ci saranno invece giorni, tanti, più di quelli che vorresti, in cui avrai paura, in cui non troverai la quadra e imparerai ad accettarli, a lasciare che i momenti no facciano parte del processo, della storia, che abbiano il loro spazio, che diano un senso. Insomma Omar, ti volevo dire queste cose, le stesse che avrei voluto avessero detto a me un paio di anni fa. Ti volevo dire che andrà meglio e ti volevo dire che scalare, in montagna, certi giorni in certi posti e con certe persone ti risulterà divertente. Lo so che suona strano, ma alla fine è quello il punto di equilibrio, magari farai fatica uguale, bestemmierai uguale, maledirai il momento in cui hai deciso di non paccare i soci all’ultimo ma ti giuro che c’è qualcosa, in tutto questo, che troverai divertente. E non so ancora dirti che cos’è, so solo che ti giuro, mano sul cuore, c’è.

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