L’arrampicata è uno sport di merda

Chiunque scali lo sa, l’arrampicata funziona più o meno così: più che “meglio un giorno da leoni che cento da pecora” direi “almeno c’è un giorno da leoni ogni mille da pecora”. Poi spesso “da leoni” è un parolone, ma ci si accontenta presto. Per ogni soddisfazione che ti prendi sai che te la dovrai far bastare per un po’ perché il menù base solitamente prevede pane e frustrazione.

Cosa sto facendo e perché non ho aggiornato il sito con mirabolanti scalate e vioni estivi? Semplice, non ne ho fatti.

Facciamo un passo indietro, anche due.

Non so come gli altri abbiano vissuto l’ultimo anno e mezzo delle nostre vite, io, soprattutto gli ultimi mesi, sono arrivata al limite della sopportazione. Mi sento molto costretta, molto chiusa, molto vincolata, poco stimolata, poco tranquilla. La situazione che tutti conosciamo ha contribuito a farmi stare così e ovviamente, siccome le sfighe di solito cercano compagnia, anche il resto della mia vita ci si è messo un po’ troppo di traverso.

Conosco alcune persone, poche, per le quali arrampicare è una valvola di sfogo nei periodi in cui la testa è piena; probabilmente la concentrazione richiesta per scalare fa sì che non rimanga spazio nella testa per altre cose e a volte è proprio ciò che si cerca. Per me non è mai stato così, fin dalla prima volta ho trasportato sulla roccia ogni sorta di preoccupazione, si potrebbe dire che quasi sempre scalo come sto. La tara di questa cosa, negli ultimi mesi, sono stati i tiri che avevo chiuso a vista oppure magari in due o tre giri, senza poi trovarli così tanto difficili e che ho riprovato, infrangendo una legge che direi essere dura lex sed lex quindi ben mi sta, perché li ho riprovati fallendo miseramente fino al punto da chiedermi come fosse mai stato possibile, per me, chiuderli prima.

Credo di conoscere le due risposte. Sì, in parte quest’anno mi ha stesa anche fisicamente, la voglia di allenarmi è stata meno rispetto al solito. Il non sapere cosa potrò fare da qui a tra un mese, due, a volte nemmeno da qui a tra due settimane ha ridotto molto il mio orizzonte temporale rendendo tutto meno motivante. Parlo per me, ma ho vissuto tutto molto alla giornata, cosa che non mi piace mai molto, essendo di base una persona che programma e organizza tanto. Quindi sicuramente la prima risposta sta nei flessori, andati a farsi benedire. Ma non è tutto lì. La seconda risposta sta nella testa, nelle sensazioni, nella paura che si è ingigantita, nel bagaglio emotivo che trascinato sulla roccia ha avuto e ha un peso molto importante. Si entra in un loop tremendo in cui si inizia a pensare di non essere capaci, a tal punto che ci si convince di non esserlo e ogni micro fallimento diventa un mattone che consolida questa certezza. L’unico rimedio che sto trovando è rompere il circolo, facendo magari altro, prendendo per un po’ tutto con meno aspettative. In fondo, questo, ricordiamocelo sempre e ripetiamocelo come un mantra: è una passione ed è un gioco, non è la vita!

Però si può anche dire che sento essere uno dei momenti in cui maggiormente sto consolidando questa passione nella mia vita: non mi immagino senza la montagna, mi immagino piuttosto una vecchia decrepita 70enne che sale sulla Cermenati, con calma, che fa il 5c in falesia o magari qualche normale caduta in disuso. Mi immagino un giorno provare a trasmettere questo mondo e ciò che mi ha insegnato ai miei figli, se ci saranno. Mi immagino che cambi forma e colore, che abbia sapori differenti come è già successo.

Una persona che stimo molto, di cui non farò il nome perché la frase risulta politicamente scorretta, una volta mi ha detto questa cosa: chi scala sempre bene è scemo. Perché per scalare bene serve testa, serve essere tranquilli e per essere sempre tranquilli serve essere inscalfibili da vento o pioggia che sia, serve insomma essere un po’ superficiali, un po’ sì, scemi. Le altre persone invece hanno alti e bassi, alti e bassi che dipendono da noi stessi e a volte, come se non bastasse, ci si aggiunge anche qualche circostanza esterna a complicare le cose.

A volte mi ritengo sfortunata ad aver iniziato a scalare tre anni fa appena, mi domando cosa avrei potuto fare se avessi iniziato prima, altre invece penso sia una fortuna poter affrontare questo percorso con una testa già molto più matura di quella che avevo a 20 anni. Mi rendo conto che le passioni, come le relazioni, come ogni cosa alla quale dedichiamo tempo e alla quale diamo importanza nella vita subiscono un naturale mutamento. E’ come in una relazione di coppia: non ci si ama mica per tutta la vita allo stesso modo, ci si innamora, ci si vuole bene, ci si distacca e ci si riavvicina, si cresce insieme, si fa un percorso.

Il mio con l’arrampicata e in generale con la montagna penso sia un rapporto ormai avviato, che inizia a consolidarsi, a cambiare ritmo e forma e che, soprattutto, ritengo essere una delle più belle cose che mi siano successe nella vita e di cui non farò mai a meno.

I progetti in pentola ci sono, tanti. Molti di questi non riguardano soltanto me, ma coinvolgono altre persone e vedranno la luce con calma, tempo e un bel po’ di ore di lavoro. E’ meraviglioso, in questo periodo, scoprire quanto possa nascere dalla sinergia che si crea con gli altri, quanto la montagna oltre ad uno “sport” sia una comunità che crea, genera e produce pensieri.

Quindi che si fa nei periodi di bassa?

Io qualche idea ce l’avrei.

Avete presente quante vie facili ma belle ci sono nell’arco alpino? Ecco, si fanno quelle!

Avete presente quanto è figo ogni tanto anche scalare da due? Ma parliamone: certo, la soddisfazione è un’altra cosa, ma ogni tanto la corda dall’alto è il comfort food dell’alpinismo!

Oppure avete presente quanto è bello andare in montagna con già le birrette nello zaino?

Ce la si prende con calma. Ci si gode il viaggio. Si impara, ci si ascolta, si aspetta. A me questo 2020/2021 (perché gli anni sono solo scolastici, quelli solari non hanno significato) ha demolito emotivamente per svariate ragioni. Quindi se volete relazioni e racconti di vie che fanno gola, avete proprio sbagliato sito. Ma l’avevate già sbagliato anche negli scorsi anni eh!

Su questo sito si parla di montagna, si parla però di una montagna che non ha nulla a che vedere con le spedizioni patagoniche, ma a che vedere con una 31enne normale che si barcamena tra lavoro, allenamento, spesa, lavatrici, due gatti, un po’ di amici, famiglia, altro lavoro, non far crepare di sete il basilico, ‘li mortacci sua dovevo scongelarmi il pollo ecco cosa dovevo fare.

Io, stranamente da prima, in un giorno che definirei da leoni in questo periodo. Credo di essere apposto così per un altro mese!

12 pensieri su “L’arrampicata è uno sport di merda

  1. Presente :'( all’inizio ero della tribù “l’arrampicata mi aiuta a non pensare ad altro” poi sempre l’arrampicata ha deciso di darmi una lezione e insieme ad una bella gamba rotta è arrivato anche tutto il resto che prima riuscivo a lasciar fuori.

    Quindi adesso crisi di panico (a volte anche da due), poca voglia di andare, sconforto generale e qualche raro momento in cui scalo tranquilla.

    Ci sarà un insegnamento in tutto questo no?

      1. Guarda, è una vita che ci penso.
        Sì, l’ho pensato anche io tante, tantissime volte.

        Però poi l’ho risolto così: quando sono felice, sono comunque felice il doppio quindi alla fine…vale la pena.

    1. Anche io ho avuto un incidente, per di più in via non in falesia, due anni fa. Sono caduta per circa 10 metri frantumandomi (che visto la dinamica, sono pure stata fortunata) la caviglia.
      Sicuramente quello ha inciso moltissimo nel mio approccio, molto più cauto in seguito.
      Anche se, più che la paura in sè di farmi male, che invece è sana e soprattutto giustificata, io noto moltissimo la paura non giustificata dovuta a pensieri che nulla hanno a che vedere con l’arrampicata.

      Scalo in falesia, so benissimo che 30 cm fuori dallo spit non mi succede nulla se cado, magari addirittura sul verticale, eppure i pensieri iniziano ad andare verso le parole delle persone, magari verso quella persona che ti ha fatto sentire incapace, verso quello a cui invece riesce sempre mentre tu ti senti idiota e mi accorgo proprio che non ha nulla a che vedere con l’arrampicata, è che proprio per me scalare è la tara di quanto sto (o meno) bene.

      E in questo periodo, visto quello che ho scritto, non sto bene.
      Ci sto lavorando, starò meglio, però mi ha aiutato moltissimo poterlo dire e non vergognarmene come se non succedesse a tutti.

      1. Agnese

        Si capisce bene che stai passando un brutto momento ed è quello che mi ha spinta a commentare, un po’ mi sono immedesimata e ho voluto in qualche modo esprimere la mia solidarietà.
        Poi certo, persone diverse, vissuti diversi, il tuo “disagio” è unico, come lo è unico il mio o quello di tanti altri.

        A me quello che fa soffrire è che prima di sfracassarmi la tibia, nell’arrampicata, pur non essendo un fenomeno, ero sicura di quello facevo. Una delle rare cose della mia vita di cui mi sentivo padrona e che mi dava gioia, quando in tante altre cose avevo (e ho ancora, dipende) molte più insicurezze e paure. Ora invece fa parte delle cose che mi mettono ansia.
        E sembra aver amplificato tutto il resto, nel senso che prima se avevo dei pensieri negativi esterni all’arrampicata riuscivo a lasciarli da parte, ora invece sono pensieri ingombranti che a volte mi spezzano le gambe pure sull’avvicinamento.

        Come dici tu, abbiamo tutti alti e bassi, quindi penso e spero che migliorerò, come auguro a te di star meglio 🙂

    2. Hai fatto benissimo invece a commentare.
      Io ho l’immensa fortuna di ricevere commenti, quando scrivo, alcuni pubblici ma molti, moltissimi privati di persone che giustamente non vogliono esporsi.
      E ogni volta che parlo di un tema delicato scopro, senza nemmeno troppo stupore, che non ero sola e che non si è soli.

      Star male, avere paura, in generale il dolore nelle sue mille sfumature è la più democratica delle emozioni.
      In parte quindi ogni volta io spero di far sentire meno soli gli altri invece succede il contrario: sono io che mi sento più leggera, più compresa e che cresco leggendo le opinioni degli altri.

      I momenti bui, sia di arrampicata che nella vita, passano così come poi ritornano anche.
      Certo è che non bisogna affogare e ritenere ciò che amiamo o in cui crediamo impossibile, troppo difficile, da abbandonare. Bisogna imparare a nuotare, vedere dove il corso delle cose ci porterà, non rimanere attaccati a cozza ad un dato momento.

      Quindi davvero, grazie! Mi ha fatto un piacere immenso ricevere e leggere la tua storia così come altre che mi sono arrivate.

      1. Agnese

        Il lato bello dell’internet.

        Fa paura a volte esporsi al giudizio altrui, ma per fortuna spesso quello che viene fuori è comprensione e non accusa.

        Ti auguro di superare ‘sto momentaccio, un abbraccio stretto 🙂

    1. Fabrizio Barbato

      Proprio così. Tanta letteratura alpinistica moderna, la lettura appassionata dei due nuovi manuali del jolly, la sempre maggiore sicurezza in falesia.
      Sono fattori che ci fanno sentire quasi in colpa se non si spinge al limite, se non si esce costantemente dalla comfort zone, se non si fa di tutto per migliorare.
      Ad ogni calo di prestazioni derivante da una nostra incuria ci sentiamo in colpa con noi stessi e non c’è niente da fare, si può provare a dire e scrivere di tutto per sentire meno dolore ma questa sensazione è come una piccola spina di rovo che ci sta sottopelle, la si può sentire di più o di meno ma c’è sempre.

      Ci prendiamo fin troppo sul serio. In questo senso “i falliti” non sono mai passati di moda, abbiamo cambiato il freddo, il disagio fisico e il pericolo con appigli sempre più piccoli ma in fin dei conti siamo sempre dei tossici del verticale.

      1. Grazie del commento, molto interessante.

        Se ai “Falliti” fai riferimento al testo di Motti, sono righe che mi tengo sempre in mente.
        Ci ho riflettuto tanto, per essere un’eccellenza il più delle volte bisogna dedicare tutte le proprie energie, convogliandole esclusivamente lì, creando per forza di cose dei vuoti altrove. Il rischio però che ad un certo punto quei vuoti riecheggino c’è tanto, così come anche quello che se l’oggetto della propria totale dedizione viene per qualsiasi motivo meno ci si sente totalmente spenti e morti.
        A me piace moltissimo leggere anche la storia di vita dei personaggi che firmano le più belle imprese alpinistiche oggi, mi stupisco sempre nel rendermi conto che (giustamente) non sono vite molto poliedriche e spesso si scoprono dei grandissimi disequilibri con le altre parti della loro esistenza.

        E’ un gioco che vale la candela?
        Non c’è risposta giusta. Sono una paladina del “trova la tua strada per essere felice”, io mi sentirei troppo a rischio, troppo vulnerabile, troppo poco completa. Poi ogni volta che vedo alcune esperienze altrui che potrei fare anche io ho quel pizzico di invidia, naturale! Ma dieci minuti dopo mi ricordo che è molto, molto difficile che io mi senta persa, vuota, che non abbia un appiglio perché oltre all’alpinismo la mia vita è composta da moltissime altre esperienze che si succhiano via tempo a vicenda, facendo sì che non ne faccia benissimo nessuna, ma per fortuna discretamente un po’ tutte.

        Sono una brava giocoliera, una campionessa di sufficienze piene in tante materie, alla fine però mi va bene così.

        Sul discorso invece di dover sempre spingere oltre, credo valga per qualsiasi cosa (lavoro, sport…), è proprio un dogma della nostra società occidentale, capitalista e strutturata così come la conosciamo.
        Devi essere produttivo, devi farcela, sempre. Devi essere felice, sempre.
        E se non ce la fai, è colpa tua perché guarda quello da dove è partito e quanta strada ha fatto: tu che scusa hai?

        Su questo ci sto ancora lavorando, io sono stata a lungo molto spartana nei miei stessi confronti, molto rigida verso i miei stessi risultati e aver vissuto un’intera infanzia e adolescenza in questo modo mi è servito molto. Sono un ossicino duro. Però mi sto allenando a perdonarmi, ad abbandonare, a non farcela, a lasciare perdere e sto incredibilmente scoprendo che ogni tanto fa pure bene!

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