Resegone senza mezzi a motore – ma che ne sanno i ladri di biciclette

Ci sono racconti che scrivo subito, di getto, con le mani sporche di magnesite o gli sci che gocciolano acqua sul pavimento della sala. E poi ci sono racconti che devono lievitare, come i panettoni a Natale. Perché alcune cose le capisci davvero solo dopo un po’ di tempo.

Una mattina di inizio gennaio, siccome nel partorire idee stupide sono, come si può dire, piuttosto brava, ho deciso di legare gli sci alla “speriamo che tenga” sulla mia vecchia citybike, Clarabella, e andare a togliermi dalla scarpa un sassolino di quelli piccoli ma stronzi. Piccoli perché non è che sia una sciata di quelle che mammammia quasi quasi la evidenzio nel curriculum alpinistico, ma stronzi perché in una stagione in cui ha nevicato tanto con tutto quel bendiddio ti pare che vai a sciare sul Resegone dai! E alla fine finisce che quelle sciate lì non le fai mai.

Ho aspettato un po’ a parlarne perché non potevo assolutamente scriverne qui prima che il racconto di quella giornata fosse pubblicato sul numero di aprile di Skialper! Riuscire a trasmettere qualcosa, scrivendo delle mie esperienze, credo sia lo spin-off più bello che l’andare in montagna mi ha portato, insieme alle persone con le quali ho condiviso le esperienze, dalle quali ho imparato e che alla fine son diventati amici, più che soci di cordata.

L’antescriptum quindi è che sono partita da casa in bicicletta, ho pedalato controvento fino a Morterone, salito sci ai piedi all’Azzoni, non ho mai pensato di arrivare in cima perché non ho mai nemmeno pensato proprio, ho iniziato a risalire con le pelli mentre gli alberi si flettevano pesantemente per il vento, dicendo tra me e me “ora sicuro che si stacca un ramo e mi centra in fronte, truama cranico, svengo e muoio di ipotermia nel boschetto del Resegone”. Che morte infame. E mentre lo pensavo mi immagino la gente infervorata su facebook che avrebbe scritto “ma è zona rossa, cosa ci faceva là? Se l’è cercata!” e ritenendola una fine davvero ingiusta, la gogna del popolo intendo, alla fine sono arrivata in cima! Qui di seguito il racconto per Skialper:

“Pedalo su una stradina della zona industriale di un comune anonimo della Brianza, non sono ancora le 7 del mattino e un’infida lastrina di ghiaccio mi fa scivolare. Sono partita da mezz’ora e l’unica cosa che penso è che ho avuto un’idea davvero idiota. Impreco contro il sindaco, come da copione, che non passa il sale sui marciapiedi, mica contro me stessa che mentre è ancora buio sono in sella alla mia vecchia sgangherata bicicletta degli anni del liceo, con il cestello e le borse sul portapacchi. Tra manubrio e sellino ho legato gli sci e le bacchette, gli scarponi nelle borse dietro e uno zaino con il resto del materiale nel cestello, direzione Morterone, 1.100 metri più in su, 70 chilometri di distanza, con l’idea di fare poi la scialpinistica al Resegone.

Imbocco la ciclabile lungo la statale che da casa mi collega a Lecco e alle mie montagne. Mie, ci tengo a ripetermelo quel centinaio di volte, perché nulla come queste cime mi ha fatto capire cosa significa l’identità, l’integrazione e l’appartenenza. Sono nata in Romania, praticamente sul livello del mare, sono arrivata in Italia a 13 anni e il mio rapporto con questo territorio è iniziato allora, quando l’unica parola che sapevo dire in italiano era “ciao” e le montagne non sapevo che faccia avessero. Il mio rapporto con questo territorio è stato segnato dal sentirmici straniera, finché non ho incontrato la montagna. Finché non ho trovato un posto dove esprimermi e quindi riconoscermi.
La strada scorre bene, ad altezza Valmadrera l’alba illumina il profilo a resega che dà il nome al Resegone. Rimango basita da quanto possano ancora stupirmi queste cime. Pedalo in salita, molto piano arrivo a Ballabio e scopro, incredula, che sono ancora viva, il che è già un ottimo traguardo per oggi.
Decido di proseguire lungo la strada piena di tornanti che porta a Morterone. Canticchio a voce alta “non ti passa più” e quasi non ci credo quando lascio la bici e cambio assetto mettendo gli sci ai piedi.


Per un breve momento finalmente capisco cosa c’era dietro quest’idea: credo sia questo per me, sentirsi a casa, conoscere un territorio lentamente e farne parte, sì la polvere, sì l’adrenalina, ma questi sci, questa bici, queste gambe, sono soprattutto un modo per fare parte di questo posto. Arrivo in cima incredula, il cielo è terso e il panorama uno spettacolo; in quel momento ringrazio la più fulminata delle idee che abbia mai avuto. Pochi istanti prima di girare gli attacchi e tornare a valle.

Potrei raccontare di una polvere leggerissima nella quale firmare la prima traccia. Potrei raccontare di una discesa da copertina, di una scialpinistica da fare assolutamente, ma non è stato così. Il Fohn mi ha soffiato contro da casa fino in cima, ha ventato la neve che definirei frullata sotto con sopra la crosta, ha cancellato la traccia facendomi battere la neve di riporto in salita, ha tirato giù foglie e rametti e mi ha fatto dubitare di arrivare in cima fino all’ultimo e incastrare gli sci nei rami caduti al ritorno. Guardo le cime mentre scio, incendiate dalla luce arancione del tramonto, so benissimo che al mondo ci sono posti oggettivamente più belli, neve più polverosa, con panorami che vale la pena vivere. Ma in un anno dove non si può andare lontano mi sento immensamente grata di abitare nella mia testa e nel mio corpo; oggi mi godo pure la crosta, sciare qui, oggi, è davvero un dono, oltre che un modo di vivere questo posto.
E non lo cambierei per nulla al mondo.”

Il post scriptum è che sono tornata a casa e, pigra nel cuore, ho lasciato la bicicletta fuori in giardino. Quando al mattino dopo mi sono alzata ho notato che c’era qualcosa che non mi tornava: Clarabella non c’era più, qualcuno di notte aveva scavalcato e se l’era portata via. Lei, anni di onorato servizio, con quella bici sono andata al Libra a Monza, che non vi dirà nulla ma quando io avevo 18 anni il giovedì sera al Libra facevano il cuba libre più pieno di benzina della Brianza a soli 2 euro. Con quella bici sono andata da casa fino in Città Studi a Milano per un’intera sessione d’esame perché era estate e volevo accorgermene e non solo morire nel laboratorio di progettazione di uno scantinato di un edificio del Dipartimento di Architettura del Politecnico di Milano. Presi dei voti della madonna, per inciso, a tutti gli esami di quella sessione. Si capisce che pedalare mi schiariva le idee. Clarabella c’era quando ho lavorato come bikemessenger per Milanbike, consegnando lettere o casse di vino tra rotaie e pavè per la modica distanza di un centinaio di km al giorno. Con quella bici ho vissuto, sono cresciuta, c’era da prima che io andassi in montagna, c’era da prima che ci fossi io così come mi ero progettata di diventare, c’era da prima che avessi imparato a sciare, Clarabella è stata un’amica, uno di quelli oggetti ai quali non dai più valore perché hanno un valore diverso. Hanno il valore dei ricordi. Hanno il valore dei racconti. Hanno superpoteri, tipo arrivare dalla Brianza a Morterone, alla faccia di tutte le gravel di questo mondo.

Aveva i fiori sul cestello, un nome e tante storie. E i ladri di biciclette le bici le potranno anche rubare, ma le storie mai.

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