Cresta Kuffner e cima del Maudit – del perché vale la pena vincere la paura

Non ci si sente mai davvero pronti. Per tutto, per una salita importante, per un rapporto, per una nuova esperienza. Ma c’è un preciso momento di ogni scelta al quale bisogna stare molto attenti: quello in cui qualcosa sembra possibile, nonostante faccia tanta paura. Quel particolare momento, se lo si impara a riconoscere, è magico.

E infatti io e la Mari non ci sentivamo del tutto pronte per questa salita, ma è su quel sottile confine verso ciò che riteniamo possibile ma difficile che a volte è così bello giocare! Non solo ci sentivamo entrambe molto vicine al nostro limite ma per di più salite importanti insieme non ne avevamo ancora condivise!

Tant’è che quando ci ritroviamo insieme a Courmayeur sono abbastanza incredula: a carte scoperte nessuna delle due aveva grandi assi da giocarsi per questa salita ma il mazzo completo, di entrambe, ci sembrava buono. Niente jolly, niente scuse. Le nostre armi sono il volerla tantissimo entrambe, l’averla studiata da tempo, una minuziosa organizzazione, una coincidenza perfetta di bel tempo e condizioni buone e praticamente basta. L’armata Brancaleone col cuore in mano al Torino.

Quando lunedì il sole tramonta sulla Kuffner la guardo un po’ intimorita, ormai siamo al rifugio e la sveglia suona alle 01.15, vado a dormire con un bel po’ di ansia. Usciamo dal rifugio alle due del mattino, io sconsiglio vivamente di farla partendo dal bivacco della Fourche, dal rifugio al canale di accesso diretto è una discesa di due orette, dormire al bivacco e svegliarsi comunque più stanchi per fare tra l’altro un centinaio di metri di cresta sfasciumosa in più mi sembra pura autoflagellazione.

All’attacco con noi c’è un’altra cordata con la quale abbiamo fatto amicizia la sera prima, lei sta preparando gli esami per diventare guida e ci staccano in men che non si dica: un po’ ci piaceva l’idea di non rimanere sole in via, un po’ però ritrovarsi sole a gestire tutta la salita e la discesa ci sembra quasi giusto, abbiamo scelto di infilarci qua in mezzo e pian piano (molto piano) ne usciremo da sole!

Ci tengo a fare una precisazione importante: conosco gente che la Kuffner sarebbe in grado di farla rientrando in tempo per il pranzo al rifugio. Ecco, noi siamo due pivelle con il cuore in una mano e la piccozza che non sappiamo usare davvero per fare misto nell’altra. Ci abbiamo creduto e abbiamo dato fondo a tutte le energie mentali e fisiche che avevamo. Magari un giorno anche noi faremo una salita simile col cuore leggero, ma quel giorno non era decisamente questo.

Saliamo in fretta il canale diretto, la neve è consistente, fin qui tutto bene. Poco dopo siamo già in cresta, passo dopo passo ci facciamo strada tra frigoriferi in bilico: devo ammettere che le condizioni sono davvero buone, le parti di roccia sono pulite da eventuale ghiaccio infido e la neve tutto sommato non è male anche se a tratti la troviamo parecchio farinosa, comunque alla fine ha fatto caldo! Procediamo per lo più in conserva ma qualche sosta su spuntoni di dubbia solidità la facciamo, diciamo che stiamo molto attente a dove mettiamo i piedi, un passo sbagliato oggi e se cade una trascina giù pure l’altra direttamente nella Brenva con la velocità di un frecciarossa. Dopo un po’ che saliamo il sole illumina la parte bassa della cresta dietro di noi, la Tour Ronde e le Aiguilles du Diable. So che dobbiamo perdere poco tempo però quest’alba è una sberla in faccia: per quanta paura possiamo avere valeva la pena vincerla ed essere qui! Mi commuovo non poco, era da tanto che non mi succedeva di avere la lacrima così facile in giro per i monti.

Quando arriviamo all’iconico passaggio della Mezzaluna mi ricordo la prima volta che sono inceppata nella relazione della Kuffner e non solo l’avevo ritenuta impossibile per me ma avevo pensato che quel passaggio fosse davvero pericoloso. Ho un vago ricordo delle prime escursioni che facevo in montagna in cui ero facilmente impressionabile dalle creste di neve. Mi viene da sorridere, sarà che lo troviamo tracciato, sarà che da allora ad oggi l’ultimo dei miei problemi in montagna sono le crestine di neve, sarà che sulla Kuffner pagheresti per una cresta di neve in più e un canale di roccia marcia in meno, sarà che semplicemente con l’Androsace che gli fa da cornice è così tanto bello che viene proprio voglia di camminarci sopra, ma quei metri mi danno la tara di quanto le nostre paure cambino e crescano, di quanta pazienza ci vuole e di quanto l’esperienza sia come l’acqua, che manco ti accorgi quando scava eppure scava. Lo superiamo e Mari sale davanti nel caminetto sopra l’Androsace al suon di “questo è puro dry”, che però dal tono di voce non sembra propriamente un apprezzamento nei confronti del drytooling! Comunque trova i primi (e ultimi) due chiodi della via, solide certezze conficcate in instabili frigobar! Si mangia via il passo duro senza troppe esitazioni, davvero brava e in un attimo siamo fuori dal passo dell’Androsace.

Abbiamo una tecnica di misto impeccabile: la picca non sappiamo manco dove mettercela, il misto appena possibile e complice il sole lo tramutiamo in “se hai una picca sullo zaino e usi le mani sulla roccia di fatto si può comunque chiamare misto”, siamo una meraviglia, scagliate col cuore su una salita dove chiunque più bravo di noi, a vederci, si metterebbe a piangere. Che poi ci son stati momenti in cui pure noi, a vederci, ci volevamo mettere a piangere. Ma di una cosa siamo certe: da qui, ovunque stiamo andando, dobbiamo passarci. Da queste precise paure, da questo esatto punto, non si cresce mai passandoci di fianco, ma attraverso, attraverso finché smette di fare paura.

Usciamo dalla cresta nei tempi giusti e tutto sommato serene.

Quello che ancora non sappiamo è che da lì al Torino ci manca ancora  tantissimo e quel tantissimo non sarà proprio una semplice scampagnata tra crepacci.

Perché uscite dalla Kuffner le scelte erano due: scendere nel canale che risale alla cresta nord-est del Maudit ma noi non ce la siamo sentita di ravanare troppo tra spuntoni di dubbia stabilità alla ricerca di improbabili doppie perché ricordo che siamo due pivelle che han preso il cuore in mano e quindi saggiamente decidiamo di seguire percorsi già tracciati: salire in cima al Maudit e scendere dalla normale. Povera e beata innocenza.

Iniziamo ad uscire dalla parte rocciosa verso la cima, che comunque son altri 120 metri una volta finita la cresta, così per dire che già la cresta son 1.500 di sviluppo. Quando finalmente vediamo la neve ci si scioglie un po’ il cuore di gioia: scendiamo sotto al seracco in cima, sembra facile, poi usciamo sulla cresta di neve e da lì vedremo. Che poi “da lì vedremo” cosa? Magari ci hanno messo un ascensore dalla cima ma su OnIce non l’hanno ancora relazionato?

Inizio a disarrampicare lungo il pendio con una sola picca, sembra facile, a 40 gradi ma si vede che è scalinato. Scendo bene, la Mari sopra legata solo a me in conserva. Poi ad un certo punto dei gradini non c’è più traccia e capisco presto perché: perché è ghiaccio vivo. Ma che cosa simpatica ritrovarsi su un pendio disarrampicando con una sola picca in mano su un bel ghiaccio azzurro e con sotto le viscere della terra, che se scivolo giù vedi come recuperiamo tempo, la discesa dalla normale al Maudit la facciamo in 30 secondi tutta.

Mi fermo, quelle povere viti da ghiaccio che pensavo fossero inutili appese all’imbrago e invece le pianto subito dentro e usciamo sulla neve, va là che saranno pur servite le mie prime cascate quest’inverno, con la chiodatura antipanico a mezzo metro una vite dall’altra. Quando arriviamo in cima una ragazza della cordata dietro di noi inizia letteralmente a piangere in panico su quella discesa. Un po’ cercando di isolarci e preoccuparci di uscire vive noi in cima, commenteremo in maniera sarcastica “missà che hanno trovato il ghiaccio…”. Comunque credo non siano morti nemmeno loro.

Ci dirigiamo verso la normale al Maudit dalla quale stanno uscendo una guida con due clienti. Ci chiede se anche noi fossimo una guida col cliente. Si vede che una cordata femminile in montagna non è certo la prima cosa che pensano. Rispondiamo un semplice “no, siamo due amiche”. Che poi vorrei dirgli, son le due del pomeriggio e stiamo iniziando a scendere ora dal Maudit, se una di noi fosse una guida credo saremo già alla birra al Torino amico mio! E tra di noi scatta un momento di realizzazione di un piccolo sogno a lungo covato da entrambe: siamo una cordata tutta al femminile da sole qui in mezzo, possiamo serenamente parlare di mestruazioni tra un crepaccio e l’altro senza che nessun uomo storca il naso schifato, finalmente!

La discesa dal Maudit ancora non lo sappiamo ma ci porterà via un sacco di tempo e di energie mentali, in pratica diventa una partita a tennis in cui a turno andiamo leggermente in panico controllato (niente crisi ma momenti di sereno “chiamiamo l’elisoccorso, non lo voglio fare!“) mentre l’altra mantiene le redini della situazione per poi perderle a sua volta dieci minuti dopo.

Dalla cornice in uscita calo la Mari su due picche con la serenità di chi ha fatto…tre soste su picche in vita sua, tutte oggi. Tengono comunque. La montagna m’ha insegnato che nulla ti porta a far bene le manovre come la puzza di morte. E la prima calata va così. La calo fino a delle rocce dove troviamo ciò che ci sembra un miraggio, il boccino d’oro della giornata, un insospettabile luccicante e meraviglioso spit. Quando disarrampico io Mari dal basso mi urla con stupore “c’è uno spiiiit“, rispondo incredula “ma uno spit vero?”. Risposta che direi da sola esplica il nostro stato d’animo. Scendendo dallo spit con maglia rapida vedo ciò che capisco essere una sosta su un fungo di neve. Che bello, ne avevo solo sentito parlare nei racconti dell’orrore, tipo c’è Cerbero cane a tre teste e poi ci son le doppie dai funghi di neve. Fin qui tutto sommato ci è sembrato di essere al limite ma comunque nel nostro, di fronte alla doppia su fungo ci arrendiamo al Monte Maledetto e decantiamo il Padre Nostro dell’alpinismo “giuro che non lo faccio mai più, perdonami vita se ti ho odiata tanto, fammi sopravvivere questa volta e giuro che non succederà più”. Poche storie e giù dal fungo saltando la terminale. Ma siamo tranquille, ci sentiamo nella nostra zona di confort come un pesce nel deserto.

Eppure la testa, così tanto stanca, è l’unica che ancora risponde ai comandi. Mi meraviglio di quanto riusciamo a non sentire la stanchezza (arriverà con gli interessi), mi meraviglio di quanto dalle due del mattino alle ormai due del pomeriggio siano 12 ore che ogni singolo passo richiede attenzione e riusciamo a ragionare ancora. In due a questo punto della giornata facciamo un cervello solo, ma per fortuna ancora funzionante.

Proseguiamo in quel dedalo che dopo due dolci curve ci regala l’ultima sorpresa: vedo un cordino rosso spuntare dalla neve. E con la pace di chi vorrebbe gettarsi di sotto dico alla Mari “e quello che cazzo è?”, ben consapevole che non mi sarebbe piaciuta la risposta. Quello, scopriremo pochi metri dopo, è un corpo morto per calarsi oltre l’ultimo seracco. Ormai i corpi morti siamo noi due. Diciamo che prima di decidere di farlo valutiamo benissimo qualsiasi alternativa e ci sembrano tutte stupide. Niente da fare, vado giù e chiedo alla Mari di rinforzare quello che nemmeno so se è un corpo morto vero o un sacchetto dei ramponi ripieno di neve, non so chi ce l’ha messo e sinceramente non ho assolutamente l’esperienza per valutare se sia buono o meno. Comunque diciamo che c’era Cerbero cane a tre teste, le doppie sui funghi di neve e quelle sui corpi morti.

Mi fido cosi tanto che quando sono sul seracco cerco di tenermi appiccicata con le picche al ghiaccio, che strapiomba e mi ricorda che per tenermi dovrei…potermi tenere. Invece le mie braccine stanche mi abbandonano in balia di un pezzo di metallo sotterrato nella neve. Va tutto bene, si cala anche la Mari e riprendiamo la normale. Va tutto bene direi che non descrive proprio il nostro stato psicosomatico, ma per fortuna i corpi morti non sono diventati tre!

Quando riprendiamo la traccia ci sembra di essere in un videogioco in cui abbiamo appena fatto un pieno di punti-esperienza alpinistica come poche altre volte in vita nostra.

Siamo così tanto stanche che nella nostra testa, solo perché ormai la vediamo vicina, pensiamo che oltre quel morbido colle l’Aiguille du Midi sia subito lì. In pratica  cancelliamo dal cervello l’esistenza del Tacul. Quando scolliniamo e capiamo di dover scendere ancora dal Tacul la prendiamo di un bene che sopra di noi si stacca una valanga a suon di bestemmie. Io ormai fiduciosa che sicuramente ci sia lungo il percorso dei cerchi di fuoco nei quali saltare, delle spade da schivare e un mostro alla fine prima di liberare la principessa, mi aspetto il peggio del peggio. Invece la discesa dal Tacul, contro ogni aspettativa, è una semplice rampa di neve con tutti i crepacci chiusi! C’è una bellissima traccia a zigzag ma optiamo per quell’altra bellissima traccia che taglia il pendio in verticale e ha la forma dei culi di tutti quelli che, una volta arrivati qui, ne hanno avuto le balle piene. Ci lasciamo letteralmente scivolare nella neve fino alla conca della Midi.

Certo però che a guardarsi attorno, nonostante la fatica, la testa esaurita, la paura che abbiamo avuto, il sole che inizia ad illuminare il granito tipico del Bianco, il Dente del Gigante che svetta davanti a noi e i Tre Monti in fila indiana come i porcellini alle nostre spalle, bhè, si fa presto a sentirsi grati. Rimaniamo un attimo ferme, mangiamo e beviamo e ci guardiamo attorno. Risplende tutto, è la mia terza esperienza sul Bianco ma è la prima che considero davvero significativa. Rimaniamo ferme un po’, tanto ormai con la nostra eccelsa tecnica e il tempo perso a scendere, le energie fisiche rimaste e sapere che ci manca ancora tutta la traversata fino al Torino, capiamo che la funivia è inutile correre a prenderla, tanto vale godersi questa luce un po’. Che a stare fermi seduti su quel ghiacciaio con quel mondo attorno non capita purtroppo spesso, è un momento semplice ma magico, non c’è nessuno attorno a noi se non la montagna, il ghiacciaio e il silenzio, ma quanto abbiamo camminato per arrivare qui!

Riprendiamo la traversata verso il Torino con la testa ormai spenta, fuori dai pericoli la lenta risalita verso il Col Flambeaux ci darà bastonate sui denti ad ogni metro di dislivello. Ci fermiamo pure in piano a fare pause! Abbiamo entrambe la nausea da sforzo, siamo state così lungimiranti da aver mangiato due barrette tutto il giorno, siamo in calo da zuccheri dall’attacco ormai. Iniziamo a renderci conto di ciò che abbiamo fatto e di quanto abbiamo dato, ci scorrono di fianco i satelliti, la Mari è la prima volta che sale sul Bianco e gliene indico qualcuno, lentamente ci scorrono di fianco il Tacul, la Pyramide du Tacul, il Pic Adolphe Rey, giriamo subito a sinistra prima del Gran Cap, chissà che mai verrà finalmente anche il suo giorno per me! Ma oggi ho capito che c’è solo da darsi tempo e aspettare che capiti, essere mentalmente pronti e andare col cuore in mano e la testa convinta.

Risaliamo verso la Tour Ronde e ogni volta che mi giro lei è ancora alla nostra destra, ‘sta bastarda. Saranno cento metri di dislivello a costeggiarla ma durano cent’anni.

Finalmente il Torino, arrivamo cotte, andiamo dirette sotto a toglierci il materiale. Appena tolgo la corda di dosso la testa mi molla totalmente. Dalla stanchezza non riusciamo nemmeno a mangiare, andiamo a letto subito e al mattino dopo la prima cosa che faccio è guardare la guglia che segna la cima del Maudit dalla finestrella della stanza.

Ieri eravamo lì. E lì è un posto nel cuore dove ogni tanto qualche sogno ha solo bisogno di sapere che lo riteniamo possibile. Non abbiamo mai pensato all’intera salita e discesa, altrimenti ci saremo scoraggiate, ogni singolo momento è stato unico e ogni singola difficoltà affrontata come un piccolo traguardo a sè. Un piede dietro l’altro, ogni difficoltà alla volta. Come ogni percorso, come ogni cosa importante, quando basta calmarsi e affrontare gli ostacoli che ci sono tra il dove siamo e il dove vorremmo essere. Certo però che bisogna capirlo bene, dove vorremmo essere, orientare la bussola, segnarsi in testa il nord.

E comunque a guardarsi alle spalle, quando la cresta Kuffner dall’alto costeggia la Combe Maudite fino a ricollegarsi alla Tour Ronde e le Aiguilles du Diable segnano l’altra parte, quando la Brenva ti si apre sotto agli occhi e il sole illumina la cima del Bianco, ecco, forse una risposta al perché continuo, nonostante le botte sui denti, a voler andare in montagna ce l’ho. Era da un po’ che non mi capitava di piangere emozionandomi tanto per un posto.

Grazie.

A tutte le esperienze e le persone che lentamente mi hanno portato qui.

A ciò che sono in grado di vedere, da qui.

Se solo fossi in grado di ricordarmelo sempre, quanto valeva la pena vincerla la paura.

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