Un metro – parte I (di distanza)

Abbiamo liberato le ringhiere dei balconi, tallonato cassettiere, fatto doppie dalla tromba delle scale, scalato muretti, contato il dislivello dalla cantina al terrazzo, incastrato friend anche nei buchi delle serrature. Abbiamo ridato dignità al trave e alle travi di casa.

Ma più di ogni altra cosa, ci siamo fermati, chi più chi meno. E tra una trazione al davanzale e la posizione del chemutazionegeneticac’haipertorcerticosì di yoga, abbiamo scoperto che forse no, non è l’allenamento che ci manca. Lo hanno scoperto tutti ora, quant’è un metro di distanza. Ma noi lo abbiamo sempre saputo, noi che quel metro lo abbiamo sempre visto, appena fuori da una protezione, quantificabile e infinito, tangibile e severo, il metro del passo obbligato che diventa una barriera, noi che i metri e il loro peso li conosciamo benissimo, sulla base della pendenza sappiamo bene la differenza tra dieci, cento, mille, noi ci siamo forse resi conto che quel metro che ora ci divide è esattamente come è sempre stato: eterno, che le persone ci sembrano lontane come gli spit, che la vita in quei metri sembra improvvisamente pesare di più. Vietato allontanarsi più di 300 metri da casa. Vietato farsi male, vietato scalare, vietato saltare, correre, giocare. Ma come? Increduli, noi, che sul divano non ci sappiamo stare, che siamo più a nostro agio appesi in cinque in sosta, che quando parte uno fa il giro delle corde che sembra twister, il limbo delle mezze, un kamasutra di cordate, altro che un metro di distanza. Noi che ci siamo messi in bocca corde, friend, mani, che nelle scarpette abbiamo un’ecosistema di funghi, che abbiamo dormito per terra e leccato acqua dai sassi, che ci siamo lavati per modo di dire e abbiamo condiviso sacchi a pelo puzzolenti dispersi in mezzo ai prati. Anche noi abbiamo scoperto di non essere invincibili.

Ma è la possibilità di allenarci che ci manca?

A me no. Non mi manca il progetto sul quale si sta alzando in alto nel cielo il sole, troppo ormai per pensare di tornare a chiuderlo quando tutto questo sarà finito, non mi manca l’insulso grado che perderò ed è talmente insulso che altrettanto in fretta lo riprenderò, non mi manca la conta dei tiri a fine giornata nè la sfiancante e torturante idea della via dell’anno, non mi manca nè ho provato dolore nel rendermi conto che rivedrò il ghiaccio tra un anno e che la neve fresca forse, se siamo fortunati, la troveremo in quota per qualche sciata tardo primaverile. Mi manca la puzza di magnesite delle palestre, mica le prese di resina malefiche. Mi manca fare schifo a fare le trazioni in compagnia, mica le trazioni che manco in quarantena faccio seriamente.

Mi manca il cartello con la scritta “la primavera si ripete sempre ma non stanca mai”, sul Barro. Mi manca la caciara della falesia e il silenzio delle vie. Mi manca starmene vicina in sosta alle persone, “vieni amico, agganciati pure al mio moschettone”. E che la paura sia una sola, condivisa, quella del metro fino al prossimo spit, non quella nei confronti degli altri.

Mi manca il sole del tramonto che quando arriva incendia il versante nord del Resegone. Mi manca il sole dell’alba che quando arriva fa brillare il bivacco Ferrario in cima alla Grignetta. Mi manca Lecco, come se fosse la Patagonia e quando tutto sarà finito voglio solo andare in cima al Grignone, a piangere le ore perché una cosa mi è già chiara, io tutto questo l’ho sempre visto bene, non mi è mai sembrato scontato e non avevo bisogno di epidemie per scoprirlo. Ma mi fa piacere che ora lo sappiano tutti, quant’è un metro di distanza, quant’è bello starsi vicini, stare appesi al sole, finire per pensare che in fondo sarebbe una figata fare due tiri anche nella falesia peggiore.

Mi manca quel giorno che ho solo camminato fino in cima al Medale e ci sono rimasta ferma mezz’ora, solo a respirare.

Mi manca fare quel metro lì, quel singolo eterno passo e abbracciare le mie persone.

Mi manca scegliere di stare sola e scegliere di non farlo.

Continuiamo pure a farci sorridere, a rinascere, a piccozzare piastrelle, a bivaccare sul divano, a scalare sulle beole dei muri delle case. Ma fermiamoci anche ad ascoltarci. Che è oro come mai prima un tempo che si ferma ad aspettarci, che mentre possiamo guardarci davvero dentro abbiamo la certezza che la vita ha un po’ smesso di scorrere. Fermiamoci ad ascoltarci, ad annoiarci, a sentire la paura, le domande e la voglia, magari, di passare un giorno ad oziare.

Quel metro di distanza, maledetto, che supereremo. Come sempre.

Stafferemo, tireremo, sarà A0, A1 ma forse pure A2 ‘sto tiro di merda ma ci arriveremo, come sempre, all’altra protezione. E ci abbracceremo di nuovo e si spera, non saremo uguali.

2 pensieri su “Un metro – parte I (di distanza)

  1. Emanuele Barsottini

    Molto bello questo blog, l’ho trovato cercando la paura del traverso sull’ultimo tiro di luna nascente. Non l’ho mai fatto a mai lo farò, ma credo che, come hai scritto in questo articolo, ora siamo là in mezzo, troppo tardi per tornare indietro e troppo presto per cantar vittoria.. arriveremo in sosta, sani e salvi ma diversi da quando siamo partiti, spero…

    1. Ciao! Benvenuto! Certo che ci arriveremo, c’è sempre un “dopo”.
      E quando usciremo vai a farla Luna, che è una delle vie più belle che abbia mai fatto e la via che ha un po’ segnato il “prima” e il “dopo” nella mia vita alpinistica!
      ps: il traverso è il penultimo tiro, c’è un tiro in placca semplice dopo. E davvero, il traverso di Luna non fa poi così tanta paura, se ricordo bene si protegge anche a metà con un verde o un rosso! E’ proprio una bella vena di quarzo, bellissima via.

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