Buona…la terza – sangue, mantra e slavine


 

“L’inverno è quella stagione di merda in cui bisogna anche sciare”. Così disse Ale. Bisogna, categorico, te lo dice il dottore e te lo impone il prurito nel sedere che hai quando il venerdì devi decidere se andare in falesia, che d’inverno le falesie sono più belle e c’è tenenza (tranne me che sono coerente e non mi tengo uguale in tutte le stagioni), però poi perdi l’allenamento delle vie e a marzo piangi con il friend in pancia (poco male, ci piango anche ad agosto io), poi ci sono i canali e le ravanate invernali, che son belle, avventurose, fanno esperienza, poi ci sono le cascate di ghiaccio sulle quali giocarsi otto vite quando ne hai una, poi c’è Natale, la zia che devi andare a trovare, poche ore di luce e sia mai che ti sia capitata la sfiga di sciare pure, che fai prima a darti fuoco quando ti chiedono “cosa facciamo domani?”. Questa domanda d’inverno incute lo stesso timore della sua gemella di stagione “cosa fai a capodanno?”. D’estate è più facile, si fa indigestione di roccia, di vie, d’inverno bisogna scegliere. Quindi, il venerdì Ange mi chiede “cosa facciamo domani?”. Poi vi mando la fattura del mio psicologo comunque.

Io domani per esempio sopravvivo a una slavina. Sputo, letteralmente, sangue sulla neve immacolata. Mi faccio dare la merda dopo cinquanta metri di dislivello dai cammelli. Tutto regolare. Recito i mantra.

Ma facciamo un passo indietro.

Di solito è “buona la prima”. Non quest’anno, perché quest’anno con le sciate sembra partito in sordina, ne avevo fatte giusto due per “gola”, a Pescegallo, una sotto l’acquazzone, l’altra in notturna scendendo su una crosta che manco il pane lasciato fuori una settimana. Poi appunto, falesia, creste, ansia. Quindi ci ho provato con la terza. Con Ange andiamo in Engadina, Piz Belvair, ci troviamo con sufficiente calma, arriviamo, ci prepariamo, troviamo due ragazzi degli Asen che conosciamo, gente lecchese, insomma, iniziamo a salire.

O meglio: Ange inizia a salire, io accuso i primi trentadue centimetri di allontanamento dalla macchina e inizio a boccheggiare. Mi ripeto “ora mi scaldo, respira”, “ora mi scaldo, respira”. I mantra delle bandiere tibetane, dovrei parlarvene, io non so quali siano quelli scritti sulle bandiere in montagna ma inizio ad avere un certo sospetto. Perché la mia vita “alpinistica” è piena di mantra, di frasi che mi ripeto in momenti in cui cerco di ricordarmi perché lo faccio, ancora e ancora. Tipo quando scalo e sono otto km fuori da qualsiasi protezione degna di essere chiamata tale e mi incoraggio da sola “non cadere, non cadere”, “non fare movimenti stupidi, scala bene”, quando mi scoppiano i piedi nelle scarpette al secondo tiro e ci sono giusto altri nove tiri e 69 gradi “il dolore è solo mentale”, che è lo stesso mantra delle bollite alle mani, ho proprio una lunga serie di preghiere, tutte culminano con la saggezza tibetana delle bestemmie che tiro quando i mantra non funzionano più.

Bhè, mentre mi ripeto che ora mi scaldo, di respirare, ora esce il sole, mi chino un attimo e dal naso mi scendono goccioloni di sangue che finiscono un po’ sulla neve intonsa, un po’ in giro, un po’ mi scenderanno in gola. Così io “respira” “ora ti scaldi” “che cazzo di vento” “ho sangue in bocca” vado avanti, sputo sangue ogni tanto e penso “che figata di giornata”. La neve però è uno spettacolo, la polvere proprio, leggera, intonsa. Immacolata non direi, dietro di me la scena del crimine.

Ange trenino mi stacca, ‘sta volta potrei non ucciderlo e morire invece io per poi dargli la colpa, tanto col sangue sparso in giro sarebbe anche facile da credere.

Proseguiamo, vento, freddo, caldo, “ora finisce, finisce sempre ‘sta fatica” “non guardare la cima, lascia stare” “respira” “mi fa sboccare ‘sto sapore di sangue”. Ah no scusate, quest’ultimo non era uno dei miei mantra, in Tibet non lo approverebbero missà. “Che figata di giornata”. 

Io ve lo dico: non andateci in montagna, cioè andate a mangiare nei rifugi in basso, ma non andate in montagna davvero e non chiedeteci perché ci andiamo. Perché vi daremo un mucchio di risposte filosofiche, mezzi silenzi, il panorama, la cordata, ‘stoca…, non andateci, andare in montagna è un disastro, sudi, poi hai freddo, poi sei lercio, poi ti rompi qualsiasi cosa soprattutto le palle, finisci in quelle situazioni che manco i gattini sugli alberi, che ti risuona la voce di tua madre che viene e ti dà il resto e c’ha ragione, guarda dove diamine sei appeso, c’ha ragione! Pensi che chi te l’ha fatto fare un numero spropositato di volte. Non andateci in montagna che poi se vi piace finite in questo loop senza soluzione, farete spallucce, ci tornerete, sputerete sangue, prenderete vento in faccia, vi farà male tutto, piedi, lividi, mani, avrete paura ogni weekend come andaste in guerra, bloccagesùddiobloccasubito, penserete “che figata di giornata” e non capirete bene perché.

Bhè, arriviamo quasi sotto la cima, il pendio finale tira un po’, zigzaghiamo, mancheranno cinquanta metri e da sopra il primo a toccare la cima oggi già sta scendendo. Ange e uno dei ragazzi degli Asen su un sasso tipo viandante sopra il mare di nebbia, io, gazzella ferita, dietro di poco. Non faccio manco in tempo ad alzare lo sguardo, loro sul sasso, io che scivolo a valle ma non sono caduta io. Il ragazzo sopra, scendendo, ha staccato una bella slavina che mi finisce addosso anche se sono molto esterna rispetto a dove scaricherà sul pendio ma i lastroni fanno il loro dovere e finisco fino alle ginocchia sotto.

Va tutto benone, ho quel leggero sapore di sangue in bocca, che forse ora è solo paura, esco dalla neve che tremo non poco, piove sul bagnato proprio e slavina sugli sfigati direi.

La slavina è poca roba, a vederla dopo, è solo un innocuo accumulo di neve fresca non trasformata, ma basta a spostarmi e a farmi capire che spero di non trovarmi davvero mai nella portata delle sue sorelle maggiori, la potenza di quei metricubi di neve è spropositata.

Scendiamo e, seppur penso di essere tranquilla, faccio il pendio della slavina con le gambe mollissime e in apnea. Mi rilasso solo quando arrivo giù e pian piano ci godiamo la discesa, su neve comunque davvero spettacolare. Che figata di giornata davvero, la neve è leggerissima, pochissime persone, c’è un silenzio che raramente.

Alla macchina Ange ha palesemente voglia di ripellare.

Io ho palesemente voglia di chiuderla così la giornata di oggi e vinco io.

Buona la terza, comunque possiamo migliorare con le scialpinistiche quest’anno, decisamente!

 

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