Cresta Segantini invernale

Sai, quelle pubblicità che ti dicono che se chiudi gli occhi pure la vasca di casa tua ti sembra le Maldive. Ecco, a me frega un accidente delle Maldive, a me quello che importava è che senza manco doverli chiudere gli occhi, la Segantini sembrasse almeno un poco la Patagonia.

L’idea c’era dall’anno scorso, ma l’anno scorso mancava un piccolo ingrediente: la neve. Mancavano anche la testa e la pompa. Ma su queste ultime due qualcosina si può fare, sulla neve ahimè, abbiamo dovuto aspettare quest’anno, che invece è partito promettente! Così, quando Edo mi chiede che progetti ho in mente per questo weekend e se mi va di fare qualcosa insieme, faccio un rapido controllo del meteo e delle temperature, chiedo ad un paio di persone che ci sono già state per le condizioni (neve portante non pervenuta, “mica banale”, “divertente”…). Ho già capito, la troverò più palo di quando ero andata a farla slegata quest’estate! La butto lì ad Edo, che si rigira nella sua tana come un animale infastidito, palesemente a metà tra il “interessante” e la voglia di andare all’Ikea, piuttosto. Seguono interessanti botta e risposta, lui mi giura che pure il Papa ha detto che sotto Natale si è tutti più buoni ma la Segantini invernale invece no, è stronza. Io più sento opinioni più sento che sono tranquilla, che mi va, che è una di quelle volte che dovrei ascoltare l’istinto e andare. Prendiamo una democratica decisione, nel senso che se qualcosa va storto Edo mi fa firmare a sangue che poi potrà dirmi “te l’avevo detto” e si arrende all’idea.

Ho una calma interiore che decido di cavalcare come un’onda, tant’è che la sveglia non è troppo caiana: essere alle 8 all’attacco mi sembra aggressivo, già troveremo comunque un paio di cordate, stare fermi in sosta nella neve non mi sembra efficiente, magari le chiappe si rassodano pure ma ci si gelerebbe inutilmente il sangue nelle vene! Attacchiamo a camminare alle 08.30, la direttissima passa tranquillamente, pensavo ci fosse più neve invece ben poca roba, alle dieci siamo all’attacco.

Davanti a noi due cordate, nemmeno in tempo di sgranchirmi bene gli occhi e mi sento chiamare per nome: sono Luca, Pietro e Massimo, tre istruttori della mia scuola di alpinismo, insieme ad un loro quarto socio. Oh, non si può proprio stare tranquilli, sempre brutta gente in giro!

Parte Luca sul primo tiro, con Pietro dietro. Poco dopo parto anche io, a stare ferma in ombra mi sento gelare, piuttosto aspetto al sole venti metri sopra. Il primo canalino infatti mi dà la sveglia: in ombra, verglassato, ci metto un po’ a capire cosa sto facendo, sento le mani perdere troppa sensibilità all’improvviso, e te pareva che non mi si congelavano subito! Tiro esageratamente la picca, non perché ce ne sia bisogno, ma perché non sento più nulla. Arrivo al sole proprio prima del passo di IV, abbastanza frastornata dai primi metri, rinvio e mi appendo non tanto per il passo, ma perché in nemmeno tre secondi me la faccio addosso dal dolore per la bollita alle mani. Una così intensa raramente mi era capitato, Massimo, dietro di me, mi chiede se sto bene. Non riesco nemmeno a respirare dal dolore! Però il sangue torna a scorrere, mi riprendo, poco male, di solito dopo la prima il corpo si abitua agli sbalzi termici e il resto fila più liscio, tant’è che sarà così!

Mi alzo, faccio il passo di IV coi ramponi, ho un flash di quando l’avevo fatto quest’estate slegata e mi fa un effetto strano, pensavo di fare più fatica, invece sono subito sopra: mi guardo attorno, la Grigna non smette proprio mai di stupirmi, non vorrei davvero essere in nessun altro posto oggi. Recupero Edo e proseguiamo oltre il torrione. Dietro sul primo tiro vedo un altro ragazzo che conosco, Francesco, col quale avevo anche fatto un paio di vie in Dolomiti quest’estate. Il suo primo di cordata lo sta recuperando ma sta facendo un po’ fatica sul passo iniziale. Io, che sono una fifona e penso sempre di essere la tara dell’autostima alpinistica degli altri (tipo che se lo posso fare io, lo può fare anche tua nonna), mi sento davvero tranquilla, fin lì non ho nemmeno fatto fatica e sono proprio, stranamente, serena. Guardo il lago in basso, il sole illumina ma non scalda, il rumore stridulo dei ramponi sulla roccia, ho proprio voglia di andare avanti.

Poco dopo scopriremo che dietro di noi Massimo col socio e anche Francesco si caleranno dopo i primi due tiri, le condizioni quest’anno non sono certo simpatiche, la neve è copiosa, farinosa da sciarci dentro (la picca utile per aprire la birra alla fine, la doppia picca direi quasi fastidiosa, io ne avevo solo una ed è bastata e avanzata…). Rimaniamo io, Edo con davanti Luca e Pietro.

Edo sembra aver superato la voglia di uccidermi anche se ogni tanto mi chiede quanto manca e se secondo me ce la facciamo. I tempi di percorrenza rispetto all’estate sono abissali però ormai scendere nel canale Angelina è tardi, anche in caso di fuga il ravano è comunque assicurato, bisogna solo stare calmi e andare avanti. Poi sicuramente conosco (tanta) gente che la farebbe saltellando su un piede pure d’inverno, io no.  Edo mi lascia andare avanti fino al canale della Lingua. La facciamo tutta a tiri, spesso cercando di sfruttare tutti i 60 metri di corda ma molte volte risulta difficile farlo: data la conformazione della cresta, la corda farebbe spesso attriti notevoli, per il secondo diventerebbe quasi inutile essere secondo, quindi di tanto in tanto facciamo qualche sosta intermedia.

Poi non confesso che in realtà voglio farcela, sbuffo, arranco, vado avanti, mi è entrata un po’ di neve negli scarponi, non metto mai le ghette, non mi piacciono, ho paura di ramponarle e inciampare. Sento la neve sciogliersi e gelarmi i piedi, “non ci pensare ora” mi ripeto, non è certo una bella sensazione, mi scappa la pipì dal primo tiro, non bevo acqua da ieri, va tutto bene, va tutto bene, va tutto bene, un mantra che mi ripeto continuamente. Faccio l’ultimo tiro prima della Lingua piuttosto provata, si esce da un caminetto ghiacciato per bene, su una cornice che boh, la tiro ed esco o la tiro e me la tiro addosso? Menomale che Luca, appena sopra di me, mi dà una mano in quel punto perché inizio a sentire la giornata, vedo le ramponate sulla placca, segni rupestri di disagio e disperazione, aggiungo i miei alla collezione e mi tiro su. Dai che anche oggi si muore domani.

Quando arriviamo alla Lingua, mi sembra assurdo che sia la stessa via che ho fatto quest’estate, è solo acqua in stato solido, può veramente fare tutto questo? La facile placca di III ora è uno scivolo di neve, gradinato, più facile da fare ora che d’estate ma davvero spettacolare da vedere! Va avanti Edo, su neve è decisamente più rilassato, usiamo i 60 metri della corda e lo seguo in conserva. Usciamo dal canale col fiatone, il sole inizia ad incendiare tutto, si vede finalmente la cima, il bivacco Ferrario e la Cermenati. Scendiamo ormai al buio e finalmente mi rilasso.

Mentre torno a casa ogni mia necessità soffocata mi torna con gli interessi: fame, sete, mal di gambe, freddo. Il giorno dopo quando mi trovo al Bione per andare a scalare, seppur una via tranquilla, la prima cosa che mi chiedo è perché lo sto facendo. Faremo pure un paio di monotiri alla Pala del San Martino. Torno a casa la domenica sera e quasi quasi spero che Diego, che avevo conosciuto al Brentei in Dolomiti quest’estate e che è di passaggio nel lecchese, si sia dimenticato che ci siamo messi d’accordo per fare un paio di tiri il giorno dopo. Invece no, però in fondo, diamine se non riesco a smettere.

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