Via Steger alla Punta Emma (Catinaccio) – si sta come in Dolomiti, su due chiodi marci, gli alpinisti

Quando arrivo in sosta quasi non ci credo, quando vedo i due chiodi arrugginiti non so se sia più intensa la felicità del tiro appena fatto o l’ansia che un po’ mi sale all’idea di appendermi su quella sosta. Ma ormai siamo in ballo, a metà parete, non è certo il caso di mettersi a pensare a quanto poco solide mi sembrino le soste da queste parti. Facciamo che non si cade va! Come prima esperienza in Dolomiti mi sembrava giusto concludere la settimana così.

Ho appena avuto la mia buona dose di spavento, quasi la cercavo ammetto. Sono al sesto tiro della via, mi ritrovo a prendere questo piattone con la mano sinistra, leggermente in strapiombo, otto metri sopra un chiodo che è l’unica protezione tra me e quelli che ormai saranno 15 metri circa dalla sosta (su altri chiodi marci). Cerco di capire dal basso quali sono le mani buone, rinvio direttamente una clessidra minuscola di 1 cm (oh, la disperazione, magari avrebbe tenuto, comunque nel dubbio non l’ho provata, però ho quasi riso di gusto mentre l’ho rinviata!), tiro su il piede sullo stesso piattone della mano, con un movimento che Adam Ondra scusa chi? Ci credo tantissimo (per forza direi, l’idea di volare per quasi 20 metri da queste parti anche no) e finalmente esco dal muretto della morte dove mi sono infilata, arrivo in sosta e penso che se quella roba lì è un V io mi do all’ippica. Infatti non è un V, ho preso una variante di VI-, dai, schifo sì ma con decenza. Steger doveva proprio essere uno dalla tenenza potente, maledetto! Io ho sudato freddo, lui nel ’29 da queste parti con la corda in vita, me lo immagino già, che mi insulta pesantemente e fa bene!

Sono anche abbastanza stanca, è la quinta via, sette giorni quasi tutti di bivacchi in tenda, la notte ha pure grandinato e sto scalando da prima dall’inizio della via.

La via, più o meno come tutte quelle fatte qui, l’abbiamo decisa la sera prima. Volevo fare qualcosa in zona Catinaccio, ma dopo il giro sul Campanile Basso e le giornate precedenti Edo mi fa capire che vorrebbe anche qualcosa di tranquillo, la stanchezza si fa sentire per tutti. Mi scrive al volo anche Luca, che abbiamo conosciuto in via il primo giorno sulle Torri del Vajolet e così ci troviamo in tre a salire verso il rifugio Preuss nemmeno così presto, saranno ormai le 10 passate quando attacchiamo.

Saliamo la rampa di accesso, c’è chi la fa a tiri, i passaggi sono dal II al III grado e la rampa è una specie di camino chiuso, decidiamo di salire slegati fino ad un terrazzino dove attrezzo una sosta su friend dalla quale parto io. La sensazione è positiva, nonostante i giorni pregressi, avevo proprio voglia di scalare oggi e soprattutto di farlo da prima, ho ancora parecchia fame di roccia! Verrò decisamente saziata nell’arco della giornata! Il primo tiro effettivo che facciamo è un diedro grigio, davvero molto bello, proteggibile a friend medi, facile da salire in doulfer, me lo godo proprio, quando arrivo su un terrazzino cerco una sosta e capisco già di che pasta è fatta la via: ho un’ampia scelta tra un chiodo solitario con probabilmente ancora il dna di Steger stesso su e uno spuntone, meraviglioso! Pillola blu o pillola rossa, muori ora o tra poco? Opto per lo spuntone rinforzato con un friend, il chiodo era in una posizione troppo esposta, va bene tutto ma appendersi in tre su un chiodo mi sembra di sfidare troppo la sorte! Tutta la via sarà all’insegna della speranza che nessuno dei tre componenti della cordata cada, nemmeno da due! Disagio dolomitico. Recupero gli altri e riparto per un tiro di raccordo che mi porta su un terrazzo comodo, sarà l’ultima sosta comoda che faremo oggi!

Da lì riparto per il traverso, veramente bello, si sale leggermente in verticale e si traversa (ci sono ben tre chiodi) fino ad una nicchia/grotta dove bisogna scendere dentro, poco oltre c’è una meravigliosa, strabiliante sosta su tre chiodi, appesi nel vuoto. Tra l’altro mi tocca recuperare i miei compagni dal basso, essendo l’ultimo pezzo del traverso in discesa, cerco di tirarli poco e soprattutto li incoraggio a non cadere, ancora, un ritornello della giornata!

Riparto per il tiro successivo che sarà un viaggio abbastanza interessante: da aggiungere nel vademecum dell’alpinista scarso in Dolomiti – se i chiodi ci sono, dal basso, in Dolomiti non li vedi mai, è facilissimo perdersi in via sbagliando proprio tiro o quantomeno, come me, sbagliando linea sul tiro. Poi certo, chi ha occhio allenato capisce sicuramente meglio di me qual è la linea più facile, io invece me la bullerò per sempre dicendo che l’ho fatto a posta a prendere una variante di VI- per il piacere di farmela addosso. Si sale dalla sosta stando a sinistra, se come me invece si obliqua a destra, ci si trova su un muretto leggermente strapiombante e si rinvia una clessidra di 1 cm in paranoia totale. Da sosta a sosta un solo chiodo con cordino che penzola. Così, per gradire. Quando arrivo in sosta, un’altra su due chiodi marci appesi nel vuoto, guardo sotto e vedo direttamente l’attacco della via, un vuoto e un’esposizione così non le avevo mai sperimentate! Non mi dà fastidio l’esposizione, la sosta sì, quella non mi fa certo sorridere, ma alla fine in quelle situazioni è meglio stare calmi, la carico facendo lavorare bene i chiodi (consiglio di allungarli, invece di infilarci direttamente i moschettoni che fanno una leva davvero brutta, meno lavorano in estrazione meno intenso sarà il vostro ritmo cardiaco al minuto!). Il muretto comunque si fa, si fa, l’esorcismo della paura dell’alpinista, “si fa”, mentre odori di paura che manco uno gnù che ha attraversato la savana da solo di notte!

Recupero gli altri due con la speranza di cedere il comando, ma li vedo faticare per l’uscita del muretto, allora non sono così scarsa penso, quindi una volta in sosta chiedo se qualcuno vuole fare il tiro successivo, un V+ non protetto né proteggibile per i primi 7 metri. Balle di fieno che rotolano, i miei soci oggi decisamente vogliono vendicarsi del fatto che sono partita dicendo che “voglio proprio scalare!”. Me la sono cercata, non c’è che dire! Mi sistemo il materiale, mi calmo un po’ e alla fine guardo il tiro, sembra una placca tecnica, è pur sempre V penso, non può essere impossibile nemmeno per me, è verticale, anche se dovessi bruciarmi prima del chiodo qua posso anche cadere. Riparto di nuovo, se usciamo da questo tiro, dopo la via dovrebbe mollare. Ci si alza dalla sosta e poi si attraversa a sinistra: i chiodi ci sono, dopo 7 metri, si vedono solo una volta che li si ha davanti. Bisogna avere fede in Dolomiti, è decisamente un ottimo terreno per allenarsi a intuire le linee delle vie! Puntare ad una fessurina che poi porta fuori dal tiro. In realtà ormai sono talmente nel mood che me lo godo proprio il tiro, scalo bene, tranquilla, è tutto di movimento, su roccia compatta e grigia, proprio bello, anche se arrivo in sosta stanca di testa. Quel gioco di equilibrio mi diverte proprio, nessun movimento forzato, vado piano ma ogni passo è pulito, mica male, ogni tanto!

Da qui alla cima sarà un viaggio davvero eterno, la via avrà un sapore di avventura, Luca ha freddo e gli presto il mio guscio, Edo viaggia tranquillo anche se ravaneremo mica da ridere per capire qual è il diedro giusto che porta in cima (facile, non il primo giallo che si vede, anche se ci sono i chiodi, ora c’è anche un nostro moschettone di calata, guess why!), puntare al secondo diedro, quello grigio! Probabilmente si esce anche dal primo diedro, ma ci passano almeno due gradi di differenza e già l’abbiamo vista male tra il V e il VI, lascia stare sopra che hic sunt leones direi.

Quando finalmente finiamo la via vedo i due soci contenti come una Pasqua, io invece alzo lo sguardo e vedo un mare infinito di sfasciumi di II grado e forcelle e ancora non riesco a rilassarmi. La relazione recita “proseguire per circa 200 metri di conserva puntando alla forcella in direzione NO e, in corrispondenza di un terrazzino con ometto, individuare un anello di calata”. Fai una giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù, questa via non finisce più!

Hai presente la forcella in direzione NO quando è tutto una forcella unica? Facciamo su le corde in conserva, vale la pena andare slegati, ma giusto per non doverle far su dovendoci comunque calare tra poco e andiamo avanti. Effettivamente puntando verso NO si arriva ad una forcella dalla quale si individua una traccia con degli ometti, ormai si vedono le Torri del Vajolet e il rifugio Re Alberto. Si seguono gli ometti, si scende in direzione ovest su un terrazzino e poi niente, bungee jumping giù di 60 metri di testa nel canale sotto. Il terrazzino è ampio 5 metri quadrati, un pulpito, giriamo come le oche in tondo per un po’, finché a Edo non casca l’occhio e, viso verso il rifugio a Nord, sulla parete a sinistra, circa dieci metri lungo la cengia sotto, si vede un anellone cementato.  Io sono una talpa, queste cose non riesco mai a imbroccarle! Ma come cavolo vi è venuto in mente di metterlo lì? Ma già che c’eravate, anche un cartello con scritto “bravissimo hai vinto la caccia al tesoro di oggi” e una birra regalo almeno. Per arrivarci faccio sicura su uno spuntone a Edo che va per primo e poi a Luca, infine disarrampico io, faccio due passi sulla cengia (l’ennesima, le Dolomiti comunque sembrano torte multistrato, un’infinita storia di una torre sopra una cengia sopra una torre sopra 500 metri di nulla..) e finalmente mi assicuro con la longe, dai che anche oggi sembra andata! La doppia è una sola, almeno quello!

Dal camino in cui si arriva con la doppia si scende verso il sentiero che dal rifugio Re Alberto porta al Vajolet, lo imbocchiamo che ormai la giornata è bella che finita, salutiamo Luca che si fermerà al rifugio a dormire mentre io e Edo recuperiamo lo zaino che avevamo lasciato giù. Il karma ci fa una bellissima coccola: il gestore sta scendendo a valle col pick-up e ci offre un passaggio fino a Pera di Fassa! Lo vedo come l’uomo migliore al mondo, un salvatore delle mie ginocchia, sta a vedere che tutto quel salutare i vicini, aiutare gli anziani, alla fine a qualcosa è servito nella vita!

Mentre la macchina scende dal sentiero mi sale un po’ di nostalgia, capisco che tra poco tornerò a casa e sono davvero felice di aver scoperto un altro posto. Se penso che ho iniziato a scalare “seriamente” un anno fa, ho davvero scoperto tantissimi posti, nel giro di un anno tra vie e viette più tranquille, se devo guardare solo il numero siamo quasi a 70, 70 storie, persone, posti, colori della roccia, grana della roccia, avventure, ricordi. Un po’ inizio a sentirle, alcune mi hanno fatto crescere, altre sono state giornate davvero rilassanti, altre ancora mi hanno ispirato o un po’ spaventato. Sicuramente oggi, quando sono ripartita per il secondo tiro impegnativo della via, già piena di testa, ho sentito un bel po’ di pace, due passi avanti e uno indietro, con un andamento sicuramente non lineare ma comunque costruttivo, mi sono resa conto di essere diventata piuttosto responsabile in prima persona delle mie esperienze, in grado di gestirle, sceglierle, portarle a casa o quanto meno tornarci, a casa! La strada da fare è sempre in salita, sempre tanta, però non è stato male sentire di riuscire a cavarsela, di poter contare su se stessi. Se poi penso anche allo scialpinismo, a qualche cascata o esperienza di alta montagna, mi si allarga il cuore di gioia. E no, ancora non mi è passata la voglia e no, non mi viene in noia!

2 pensieri su “Via Steger alla Punta Emma (Catinaccio) – si sta come in Dolomiti, su due chiodi marci, gli alpinisti

  1. Luca

    100messaggi in un giorno per capire cosa fare e alla fine ne è uscita un’avventura…chapeau!

    Grazie ragazzi per la fantastica giornata, speriamo ce ne siano altre!

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